L’estetista è a rischio? È da questo questito che sono partita nel fotografare la situazione della professione nel nostro paese.
Il comparto dell’estetica professionale e del benessere rappresenta, per l’economia italiana, un asset straordinario, capace di muovere numeri da capogiro tra occupazione, innovazione e indotto industriale. Eppure, sollevando il velo dei fatturati, si assiste a un paradosso unico: un settore ad altissima evoluzione tecnologica che rischia lo smantellamento silenzioso sotto i colpi della deregolamentazione e di una cronica passività interna.
La posta in gioco non è la semplice tutela di una categoria, ma la sopravvivenza di un modello d’impresa, ben 42.000 secondo l’ultimo censimento. Se non si attiverà in tempi brevi una massa critica capace di imporre la propria agenda a istituzioni, media e governo, il destino della professione sarà segnato da un’inesorabile erosione e un anacronistico ritorno al passato.
La Legge 1/90: un pilastro da blindare, non da parcellizzare
La spina dorsale del settore rimane la Legge Quadro n. 1 del 4 gennaio 1990. Un testo fondamentale, che ha avuto il merito storico di strappare la professione dall’improvvisazione. Ma una norma concepita trentasei anni fa non può governare un mercato stravolto dalla rivoluzione digitale, dalla cosmetogenomica e dalle tecnologie di ultima generazione. La 1/90 va preservata nei suoi principi cardine, ma necessita di un profondo shock evolutivo. Il rischio reale, evidente nei recenti disegni di legge e nelle pressioni lobbistiche, è che la politica preferisca la via della demolizione controllata.
Il mercato sta assistendo alla proliferazione selvaggia di “micro-figure” tecniche all’apparenza iper-specializzate, ma di fatto orfane di un background professionale, culturale, anatomico e scientifico unificato. Questa parcellizzazione sembra rispondere a una logica di pura sanatoria politica: il tentativo di legalizzare ex post anni di abusivismo e sommerso. Oltre al danno per chi opera nella legalità, si consuma la beffa di una de-professionalizzazione di massa. Nessun sistema ordinistico accetterebbe un simile baratto al ribasso: non si accede alla specializzazione in ginecologia senza aver completato medicina, né si diventa avvocati civilisti senza una laurea in giurisprudenza. Consentire l’accesso diretto a segmenti di trattamento sul corpo umano senza una solida e comune base formativa significa sprofessionalizzare la categoria, svendendone le competenze e le prerogative.
Il caos formativo e il federalismo della bellezza
Un ulteriore vulnus risiede nella delega della formazione alle Regioni, che ha generato un federalismo anarchico. Il risultato sono venti standard formativi differenti, con discrepanze inaccettabili sui programmi e sui controlli. A questo caos si aggiunge il cortocircuito delle scuole finanziate con fondi pubblici per l’assolvimento dell’obbligo scolastico. Spesso questi istituti propongono percorsi che rilasciano qualifiche ambigue, come quella di “operatore dei trattamenti estetici”, che non equivale alla qualifica di estetista ai sensi della legge quadro. È un inganno sociale che colpisce i giovani e le famiglie, immettendo sul mercato figure contrattualmente deboli e prive dei requisiti per l’esercizio d’impresa. La vera transizione del settore non può prescindere dall’istituzione di un percorso formativo terziario o accademico. L’evoluzione richiede un percorso universitario che certifichi competenze scientifiche e manageriali. Senza questo scatto culturale, la percezione sociale rimarrà inchiodata all’anacronistico e offensivo stereotipo della “strappapeli”, ignorando la realtà di professioniste che sono, a tutti gli effetti, imprenditrici.
Concorrenza asimmetrica e l’inerzia del settore
Mentre il comparto si frammenta dall’interno, i confini del mercato vengono cannibalizzati dall’esterno. Farmacie e studi di medicina estetica stanno progressivamente assorbendo quote di business storicamente afferenti all’istituto di estetica, muovendosi in un regime di evidente asimmetria competitiva. Di fronte a questa emorragia, sorge però un interrogativo ineludibile sulle responsabilità dirette. La colpa è da imputare solo a una classe politica distratta o alla concorrenza aggressiva? La verità è più scomoda: l’estetica professionale in Italia sconta un drammatico deficit di visione d’insieme. Prevale la logica della delega e della lamentela sterile, consumata dietro gli schermi dei social network, a cui fa seguito il silenzio quando si tratta di fare rete e agire politicamente. Ci si arrocca nella difesa del proprio piccolo orticello, mentre l’intero paesaggio va a fuoco.
Rompere le scatole: l’obbligo di fare massa critica
I tavoli governativi rispondono a un unico indicatore: la massa critica. Fino a quando le estetiste continueranno a muoversi come atomi isolati, rimarranno invisibili ai decisori legislativi, condannandosi a subire passivamente decreti che riporteranno le lancette della professione indietro di trent’anni. Unirsi e fare non è più un’opzione di bandiera, ma un imperativo industriale. È il momento di abbandonare il vittimismo, studiare le leggi, associarsi, pretendere trasparenza e fare pressione istituzionale in modo instancabile, compatto e scientifico.
Tornando al quesito di partenza: l’estetista è a rischio?
Lo stato della professione di estetista in Italia dipende, in prima e ultima istanza, dalla capacità di reazione di chi la vive. Smettere di subire il cambiamento e iniziare a imporlo è l’unico modo per non farsi cancellare dal mercato.
Responsabile Marketing Communications, Esthetimedia Group